Bambini e coronavirus: consigli per i genitori

bambini e coronavirus Da qualche tempo le parole più pronunciate sono: quarantena, coronavirus, Covid-19, mascherina, igienizzante, e chi più ne ha più ne metta. Il Covid-19 ci ha costretti a una condizione quasi surreale. Le strade si svuotano, le persone indossano mascherine e guanti per uscire, gli spostamenti sono limitati, il silenzio in alcuni momenti della giornata è assordante, soprattutto dopo le 18, orario imposto per la chiusura delle attività. Tutti in casa, chiamati a limitare la propria libertà in nome di una battaglia importante per tutti.

Diversi meccanismi si instaurano in questo periodo che, forse, riempirà i libri di storia dei nostri nipoti. La convivenza è forzata, lo spazio è circoscritto, i tempi si dilatano inevitabilmente. L’Hashtag #iorestoacasa, oltre ad essere un monito fondamentale in questo momento, riporta una parola tanto usata quanto poco soppesata: CASA. “Casa” ha un significato profondo che si connota di sfaccettature e colori diversi in relazione alle singole persone. Per i bambini “casa” è molto di più di mura tinteggiate, quando colorate, che sorreggono quadri e foto.

Bambini e coronavirus: quando la casa diventa tutto

La casa è quel luogo fisico e psicologico dove il bambino struttura la sua personalità attraverso le relazioni interpersonali con genitori e fratelli. “Nucleo originario amato e odiato” (A. Oliverio Ferraris). Il TEST del disegno della casa è per il bambino il momento in cui contatta direttamente quel nucleo. Lì proietta le proprie associazioni con le relazioni familiari, il vissuto emotivo esperito all’interno della casa. (“I disegni dei bambini. Metafore e simboli del benessere bambino”. G. Crocetti, 2008)

Proprio sul binomio “casa/bambino” noi del Centro Psicologia Monterotondo volevamo porre l’accento in questo breve articolo. I nostri bambini, in casa, limitati nei movimenti, nell’agire a tutto tondo, nelle possibilità, hanno comunque la necessità di esprimersi e crescere. I genitori sono chiamati ad assumere più ruoli di quanti ne rivestano in condizioni di vita normale. Per dare qualche spunto o una semplice mappa, noi del Centro Psicologia Monterotondo, abbiamo avuto l’onore di intervistare la Dott.ssa Eleonora Berardi, specializzata in Psicoterapia Analitico Transazionale, lavora presso il Centro Primo Respiro e l’Istituto San Giorgio specializzato per i Disturbi della Condotta Alimentare si occupa di preadolescenti, adolescenti e età adulta.

La Dott.ssa Berardi ci viene in aiuto rispondendo alle nostre domande rispetto alla gestione e condivisione dei tempi e spazi con i nostri bambini. RingraziandoLa per aver accettato il Nostro invito, innanzitutto Le chiediamo se i genitori debbano o meno condividere le informazioni circa il Covid-19 con i loro figli e, se si, in che termini.

Comunicare al bambino emozioni e informazioni

Il genitore, che sta facendo anche i conti con il proprio mondo emotivo, secondo Lei, è chiamato a condividere le proprie emozioni con i figli?

Le Emozioni sono la risposta psicofisiologica a eventi interni o esterni, che in questo momento delicato, generano maggiormente uno stato d’allerta. In questa situazione di emergenza, ognuno di noi percepisce il proprio mondo emotivo attraverso un’espressione interna (accelerazione o rallentamento del battito cardiaco, dilatazione pupillare, tremori, iperattività gastrointestinale, ecc.) e un’espressione esterna (postura corporea, mimica facciale, tono della voce). Sono proprio queste ultime manifestazioni che i nostri bambini captano e interpretano, talvolta erroneamente qualora noi adulti siamo impegnati a camuffarle, nel tentativo di proteggerli.

Il nostro mondo emotivo è caratterizzato ad oggi da ansia, preoccupazione per la salute dei nostri cari e per la precarietà lavorativa. Affinché sia percepito dai bambini in maniera chiara e rassicurante, è preferibile che sia comunicato attraverso il riconoscimento reciproco degli stati emotivi. Questo vale in tutte le situazioni in cui i ruoli prevedono posizioni asimmetriche, ovvero una gerarchia genitore/figlio, professore/alunno.

Ogni essere umano non si nutre soltanto di viveri, ma necessita di un cibo sociale: il riconoscimento” (Berne E.1964,). Con questa frase Eric Berne, ci spiega che, per godere di buona salute psicologica, specialmente in questo momento storico, tutti, sia i nostri bambini che noi genitori, abbiamo bisogno di sentirci visti, percepiti e di esistere per gli altri.

Riconoscere le emozioni dell’altro

Affinché i bambini si sentano al sicuro, occorre metterli a conoscenza di ciò che stanno provando gli adulti intorno a loro, in maniera da fungere da rispecchiamento sicuro e riconoscimento delle proprie paure. Ovviamente, la condivisione emotiva può avvenire in maniera diversa a seconda dell’età del proprio figlio. Esprimersi emotivamente, può prevedere l’improvvisarsi a raccontare una storia o una favola, a costruire un’immagine, un gioco o un disegno. Con questi strumenti i bambini si rispecchiano nelle parole dei genitori e trovano rassicurazione, in un ambiente in cui possono esprimersi e accrescere la loro sensibilità.

Contestualmente, come accogliere le emozioni dei bambini rispetto a questa pandemia?

Lo stravolgimento delle attività di vita quotidiana, l’astensione dalla normalità, è ciò che i bambini osservano e che possibilmente crea confusione dentro di loro. Ogni bambino è un individuo a sé. Non esiste un manuale di gestione emotiva dei propri figli da usare in caso di pandemia che sia più efficace della conoscenza singola che ogni genitore ha del proprio bambino o adolescente. La consapevolezza delle proprie intuizioni, rispetto a come accogliere il mondo emotivo dell’altro, deve essere accompagnata da una comunicazione di sostegno. Questa comunicazione è, a volte, silenziosa: una presenza concreta e fiduciosa è più efficace di molte parole.

Nello specifico accogliere le emozioni dei vostri figli, significa saper sorreggere le sofferenze e anche la disperazione, sollecitando le risorse interne del singolo bambino attraverso una comunicazione di fiducia e investimento sulle sue capacità, evitando di sostituirvi nella risoluzione del momento di confusione attraverso parole e azioni che mirino a “passare oltre” quel momento, perché andrà tutto bene, ma in questo momento bambini e adolescenti, tutti, hanno il diritto di essere spaventati e di poterlo esprimere.

Focalizzare l’attenzione sull’attimo presente

Dalla confusione e disperazione momentanea, si può uscire anche attraverso le sensazioni di piacere che la vostra casa produce. Il tepore o la freschezza della stanza, l’ambiente tonico e gratificante, hanno una funzione molto più efficace delle discussioni fatte di parole. Invitando i vostri figli persi nella confusione mentale, a vedere il mondo come una scena aperta vengono stimolate le sue capacità di cogliere gli aspetti positivi circostanti. Fargli ascoltare i rumori e il silenzio della casa, osservare ciò che dalla vostra finestra è possibile vedere, dal fruscio delle foglie alla vicina che stende le lasagne. Lo spostamento dalla confusione e dai vissuti di paura avviene attraverso esperienze di percezione concreta che ci fanno prendere contatto con la realtà e con la possibilità che abbiamo di viverla ed amarla: quando si riesce a vedere una cosa nella sua bellezza, già si comincia ad amarla e tutta la disperazione si ridimensiona.

Tecnologia, attività, giochi in famiglia. In che misura e a quali di questi aspetti dare più risalto?

Non possiamo più parlare di preoccupazioni per il futuro rispetto a desiderati o temuti cambiamenti comunicativi ed espressivi. Il cambiamento, infatti, è già avvenuto nei nostri bambini e adolescenti, i “nativi digitali” (Morena S.,2017), che antepongono alla riflessione la comunicazione che guida le relazioni. Come sostiene Galimberti (1999) si può scegliere di vivere o di rimanere in disparte rispetto alla tecnologia, ma in questa fase pandemica la scelta è obbligata dal momento che non è più uno dei mezzi, ma una delle uniche vere e proprie finestre verso il mondo.

La continuità delle attività in casa deve essere mantenuta costante, poiché permette di dare valore alle giornate di genitori e figli. Le modalità con cui strutturare il tempo, è sicuramente arduo per gli adulti, concentrati nel “misurare” diversi aspetti della giornata. Il social network ed il cellulare/tablet in genere, sono un mezzo che consente di allontanare la solitudine e di sentirsi sempre in contatto con i nonni/zii, compagni di scuola e insegnanti. Strutturare un orario preciso, in cui incontrarsi in questo “muretto virtuale” protetto, permette loro di comunicare con il gruppo dei pari, attraverso il linguaggio espressivo tipico di ogni età.

Mantenersi attivi e compartecipare

Durante questa pandemia, la strutturazione della quotidianità dei bambini e adolescenti può essere parzialmente condivisa con loro, che hanno maggiormente bisogno di essere contenuti sul piano emotivo; il rischio di lasciarli da soli in questa nuova dimensione di spazio vitale, potrebbe indurli a perdersi nel rimugino dei loro pensieri e paure. Lo stare in famiglia è una nuova dimensione, che può essere organizzata in attività pratiche, in cui si adempie alla cura dei propri spazi vitali e si seguono lezioni didattiche per mantenere una continuità scolastica, con particolare attenzione all’aspetto del gioco, diverso per bambini e adolescenti.

Quello che piace al bambino piccolo è poter utilizzare e modificare gli oggetti che lo circondano, per costruire la certezza di una possibile azione sul mondo (pasta di sale, cartoncini ecc.). Del tutto diverso è un adolescente, che predilige giochi che mobilitano una forte intensità emozionale, indipendentemente dal loro contenuto. E’ questa intensità emozionale che spiega il motivo per cui non ascoltano e sono spesso molto tesi, dovendosi confrontare con stimolazioni visive e uditive molto intense (Tisseron, 2006).

In entrambe le situazioni, è consigliabile che il genitore tenga conto della dinamica dell’approvazione e di risposta alle aspettative legittime dei propri figli, ad esempio compartecipando ai loro interessi, seppur dando degli orari di inizio e fine del gioco. In tal modo l’adolescente tenderà ad evitare di ricercare gratificazioni all’esterno del nucleo famigliare, risposta che viene riattivata spesso grazie ad Internet.

Quanto fin qui detto, sottolinea l’importanza di fornire un ambiente domestico adeguatamente stimolante e relativamente prevedibile per i nostri bambini. È utile riprodurre in maniera quanto più fedele i vari contesti da essi frequentati. I bambini che possono contare su un ambiente che promuova un sano ed equilibrato sviluppo psicologico, diverranno adulti capaci di adattarsi in maniera ‘sana’ alle diverse circostanze della vita, di stabilire dei legami soddisfacenti, di provare e promuovere benessere psicologico e fisico (Chiesa C., 2013).

Nuove regole familiari

Secondo Lei, in questo momento in cui tutto è stravolto, le abitudini, i premi, le punizioni, la ruotine come possono essere gestite dai genitori?

Si può affermare che in questo periodo di stretta vicinanza e dipendenza dalle persone che si prendono cura di loro, i bambini imparano ad imparare. Imparano cioè ad usare in modo intelligente il proprio comportamento attraverso l’osservazione dei genitori. Gestire la frustrazione di bambini e adolescenti, in fase pandemica, potrebbe risultare sfibrante nella misura in cui il sistema familiare non si adatti alla nuova situazione, caratterizzata da spazi fisici e psicologici ridotti.

Il contenimento emotivo dei propri figli è veicolato anche dall’insieme di regole stabilite, che normalizzano lo stravolgimento di vita in atto. Per gestire il cambiamento interno al nucleo familiare, si potrebbe ristrutturare un sistema di “economia di carezze”, intese come forme di riconoscimento e rispetto dell’altro. Attraverso questo sistema si effettua un bilancio delle punizioni e dei buoni premio da dare e ricevere, concordandole con i propri figli in base all’età. La variabile da osservare in fase pandemica è la durata della punizione. Questa necessita immediatezza e va conclusa in breve tempo, al fine di rendere il bambino consapevole dell’accaduto, ma contenendo la frustrazione già elevata.

Le emozioni dei bambini, un mondo tanto grande quanto meraviglioso, come aiutarli ad esprimerle? Come contenerle?

L’attaccamento nasce dalla sensazione piacevole di essere oggetto di cura, di essere avvolto affettivamente e riconosciuto dai propri cari. Nel tentativo di aiutare i bambini a esprimere le loro emozioni, l’adulto deve astenersi dal modificarle per renderle positive a tutti i costi; piuttosto si tratta di agire sulla situazione di emergenza.

L’accudimento distoglie dall’ansia

Attraverso la presa in considerazione di stimoli ambientali, mediante la percezione della sorpresa di ciò che si può fare insieme in casa, è possibile distoglierli dal ruminamento interno. Poi, con una comunicazione lenta e sicura, riuscire a tranquillizzarli. La modalità comunicativa per facilitare l’espressione delle emozioni è caratterizzata dalla lentezza. Grande attenzione a “staccare” le parole pronunciate l’una dall’altra con una pausa forzata nella frase e estrema concentrazione verso l’altro, affinché “senta” di essere l’oggetto della comunicazione.

Nei confronti di un bambino/adolescente ansioso e spaventato può essere utile far esprimere dall’ambiente circostante (fratello, animale domestico, oggetto preferito) un segnale di bisogno di cura. Un bimbo, impaurito da un buio improvviso, può essere invitato a prendere in mano un suo orsacchiotto, illuminato dalla luce di un telefono. Tale immagine richiama nel bambino la possibilità di superare un momento difficile, diverso a seconda dell’età, e può stabilizzarlo attraverso il sentimento di tenerezza che sperimenta per l’orsacchiotto tutto solo.

Ugualmente è possibile distogliere dalla paura e dall’ansia un adulto invitandolo ad interessarsi amorevolmente di qualcosa che ha bisogno delle sue attenzioni. Numerosi giochi da tavola (Dixit), possono essere modulati dai genitori come veicolo preferenziale per entrare nel mondo emotivo sia dei figli sia nel proprio. Suggerisco il libro di Claude Steiner “La favola dei caldomorbidi”. Attraverso una favola, l’autrice spiega come sapersi adattare al contesto, alle sue richieste, riuscendo anche a ottenere vantaggi relazionali ed emotivi, necessari alla sopravvivenza psicofisica.

Ringraziando sentitamente per la disponibilità e la professionalità la Dott.ssa Eleonora Berardi, il Centro Psicologia Monterotondo vi rimanda alla settimana prossima per un nuovo approfondimento.

L’autrice dell’articolo è la Dottoressa Stefania Pillotti.

Separazione e figli: la consulenza tecnica d’ufficio nell’affidamento del minore

separazione e figliSeparazione e figli, una circostanza tanto frequente quanto delicata. In situazioni di non-convivenza dei genitori, l’affidamento dei figli definisce come ripartire ed esercitare la responsabilità genitoriale sui figli minorenni.

Il punto fermo in caso di separazione/divorzio è che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore. Ha il diritto di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi. Ha il diritto di conservare i rapporti significativi con i propri parenti di ciascun ramo genitoriale.

Un affidamento dei figli che preservi i rapporti

È utile precisare che “bigenitorialità” non significa trascorrere uguale tempo con entrambi i genitori. Bigenitorialità significa partecipazione attiva da parte di entrambi i genitori nel progetto educativo, di crescita, di assistenza della prole, in modo da creare un rapporto equilibrato che in nessun modo risenta dell’evento della separazione.

In caso di situazioni pregiudizievoli, o quando manca l’accordo trai genitori, l’affidamento dei figli dovrà essere deciso dal giudice. L’affidamento condiviso è considerato la regola, mentre l’affidamento esclusivo alla madre o al padre richiede una motivazione specifica nel provvedimento giurisdizionale.

Ma quando una separazione può definirsi rischiosa? Nel caso in cui, ad esempio, un genitore non accetti e non tolleri la fine del rapporto di coppia, per complesse dinamiche personologiche disfunzionali. Oppure in situazioni di elevata incomunicabilità e clima relazionale altamente conflittuale. Tali condizioni, infatti, non possono assicurare una serena ed equilibrata crescita ai minori coinvolti.

Separazione e figli: quando serve una consulenza

La separazione conflittuale quindi rappresenta un fattore di rischio sia per la salute psicofisica dei minori sia per la qualità stessa delle relazioni familiari. La consulenza diventa così uno spazio per individuare le soluzioni più idonee alla risoluzione del conflitto. Tra gli obiettivi principali, oltre che rispondere ai quesiti posti dal Magistrato, c’è quello di “insegnare” ai genitori la possibilità di una diversa lettura della situazione conflittuale in atto, stimolando una loro collaborazione, al momento compromessa.

Durante i colloqui individuali spesso infatti i dati anamnestici forniti da entrambi per lo più sono coincidenti. Eppure risultano divergenti per una diversa lettura degli stessi che viene fatta dalle parti. E nel percorso della consulenza spesso non emerge un divieto ostativo di un genitore in favore dell’altro, ma piuttosto l’esacerbazione di un conflitto con messa in atto di squalifiche del ruolo dell’altro, o tra le parti.

Gli psicologi del Centro Psicologia Monterotondo, forti della propria esperienza di supporto psicologico e di consulenza tecnica in queste situazioni, cercheranno di portare chiarezza sul tema nel Seminario gratuito di sabato 1° febbraio 2020. L’incontro avrà luogo presso la sede del Centro Psicologia Monterotondo in via G. Mameli, 23. Come sempre la partecipazione è GRATUITA ma è necessario prenotarsi alla mail info@psicologiamonterotondo.com o al numero 366-1730510.

Genitore e genitorialità. Scopriamo quali sono le differenze

genitorialitàGenitore e genitorialità: quali differenze.

Genitorialità, questo termine è ormai entrato nel vocabolario corrente e come spesso capita se ne usa ed abusa, non sempre con cognizione di causa. Il termine richiama immediatamente la parola genitore (colui o colei che genera), termine sul quale siamo più o meno tutti d’accordo. Dal punto di vista biologico (ci limiteremo a parlare del mondo animale) quando due individui della stessa specie si accoppiano e producono una nuova vita, diventano “genitori”, ed in genere sanno abbastanza bene cosa devono fare, nel senso che hanno già dentro di loro gli schemi comportamentali necessari per garantire al neo-nato/a le migliori possibilità, non solo di sopravvivenza, ma di sviluppo armonico, di apprendimento di tutte le abilità necessarie per vivere una vita soddisfacente e, non ultimo, la possibilità di diventare a sua volta “genitore”.

E’ evidente come quando cominciamo ad occuparci degli esseri umani le cose si facciano più complicate. Mentre per gli animali, salvo alcune eccezioni, il ruolo di genitore spetta esclusivamente o quasi alla madre, negli esseri umani la coppia genitoriale tende a mantenersi anche dopo il concepimento e la nascita di una nuova vita, e questa condizione tende a durare per periodi molto lunghi, a seconda del periodo storico e della cultura in cui si vive. Gli animali esercitano la funzione genitoriale per periodi di tempo più o meno lunghi, ma nessun altro mammifero, come l’uomo, per anni e a volte decenni. Nei secoli, con il cambiare delle culture, le rivoluzioni nei campi della conoscenza e dell’organizzazione, le nostre società si sono fatte sempre più complesse, e di conseguenza anche il ruolo e le funzioni richieste ai genitori si sono notevolmente complicati. Tanto che abbiamo coniato il termine “genitorialità”.

La definizione che ne danno i dizionari è piuttosto lapidaria: “La condizione di genitore e, anche, l’idoneità a ricoprire effettivamente il ruolo di padre o di madre.”, ma apre una serie di domande a cui non è facile dare risposta. “Idoneità” richiama immediatamente altri termini: capacità, adeguatezza ecc. e ci porta alla domanda che tutti (o quasi) si pongono: “Ma com’è un buon genitore, e cosa fa?

Ora, diremo subito che non esiste né una definizione, né un codice di comportamento, né un manuale per diventare buoni genitori. Se per una gatta garantire al proprio cucciolo di poter mangiare, di non essere mangiato, di poter crescere fino a potersela cavare da solo apprendendo le abilità necessarie, nonché provvedere anche all’aspetto “psicologico”, ovvero una quantità adeguata di coccole, è già cosa piuttosto complicata, possiamo immaginare quanto sia difficile garantire ad un cucciolo umano, in una società sempre più complessa, caratterizzata da rapporti interpersonali sempre più difficili, con livelli di competitività elevatissimi, una crescita ed uno sviluppo adeguati a renderlo capace di essere “felice”.

Finora ho trattato l’essere umano alla stregua degli altri animali, ma questo è chiaramente troppo riduttivo. Gli esseri umani si differenziano dagli altri animali nella esplicazione della genitorialità, non per l’aspetto biologico, ma per quello che definiremo psicologico. La genitorialità non si esaurisce nell’atto della procreazione ma essa produrrà significativi cambiamenti sia individuali che relazionali che determineranno tutta la vita di un individuo. Intanto, come detto, nelle culture contemporanee è la coppia genitoriale che ha il compito di allevare, proteggere, istruire, preparare e possibilmente amare la prole. Quindi è fondamentale la dimensione di coppia, e di una coppia particolare: la coppia genitoriale.

Non basta generare un figlio per diventare genitori.

Ma tutti sono in grado di essere genitori? Se da un punto di vista biologico la risposta è si, basta aver raggiunto la maturità sessuale, da un punto di vista psicologico le cose sono più complesse. Non basta generare un figlio per diventare genitori, possiamo invece pensare ad uno sviluppo della personalità umana che passa attraverso delle fasi. Possiamo chiamarle (usando la terminologia di Berne) la fase del Bambino, dell’Adulto e del Genitore. Queste fasi sono solo parzialmente legate all’età anagrafica. Certo nessuno considera un bambino di 7 anni come un adulto, ed in effetti a 7 anni non abbiamo gli  strumenti  e le capacità per occuparci di un altro bambino. Per contro non è detto che a 40 anni tutti abbiano sviluppato una capacità genitoriale. Inoltre abbiamo già accennato alla dimensione di coppia, sappiamo tutti per esperienza come passare da una dimensione individuale ad una di coppia possa essere un percorso tortuoso, che richiede una riorganizzazione a livello psicologico, una presa di coscienza profonda dell’esistenza dell’altro/a e dei suoi bisogni, dei possibili (o quasi certi) conflitti che questo determinerà e della necessità di operare dei compromessi e delle rinunce. Insomma già questo appare un compito non facile, ma qualora si sia riusciti in questa ardua impresa, al momento della nascita di un figlio/a bisogna ricominciare daccapo. La dimensione non è più quella della coppia, ma di un trio (per il primo figlio, poi le cose si complicano ancora di più), e per giunta non è più un rapporto paritario (almeno così si spera in un rapporto di coppia), ma un rapporto assolutamente sbilanciato, dove i bisogni e le necessità del piccolo devono necessariamente essere posti in primo piano. La dolce mogliettina che prima si occupava di te con tanto amore ora è completamente presa dal nuovo/a arrivato, il dolce maritino, sempre premuroso ora mal sopporta la situazione e tende ad allontanarsi, manca il tempo e lo spazio per la vita di coppia, in compenso il piccolo/a richiede (e spesso a gran voce) continua attenzione e cura. Insomma il cambiamento è imponente e richiede una grande capacità di adattamento.

Essere genitori significa avere a che fare con un organismo che cresce, che cambia, soprattutto nei primi anni , ad una velocità impressionante. Nell’arco di sei anni si passa da una creatura capace più o meno solo di manifestare i suoi bisogni strillando ad un individuo dotato di linguaggio e capacità di relazione (nonché di manipolazione). In altre parole le esigenze e i bisogni del bambino cambiano continuamente man mano che cresce ed è necessario che i genitori si adeguino a questi cambiamenti. Esempio banale: alla nascita il bambino viene allattato (sperabilmente al seno), poi comincia a mangiare delle pappe per cui deve essere imboccato, poi piano piano comincia a mangiare di tutto e anche a farlo da solo. Questi passaggi sono determinati dallo sviluppo fisiologico, ma anche culturale. Insomma, se immaginiamo una mamma che continui ad imboccare suo figlio anche quando ha 10 anni ci rendiamo conto che qualcosa non va, anche se tutti e due apparentemente sono soddisfatti, la mamma perché può continuare a fantasticare di avere un bimbo piccolo da accudire, il bambino perché non deve impegnarsi ad apprendere nuove abilità. Ma il risultato sarà un bambino regredito, non pronto ad affrontare le sfide che il mondo gli porrà.

Più il figlio cresce, meno ha bisogno di interventi da parte dei genitori, anzi, il suo bisogno più importante è proprio quello di conquistare la sua autonomia e quindi dovremmo vedere un percorso al contrario che piano piano riporta la coppia al suo stato di partenza secondo lo schema  coppia>coppia genitoriale> coppia. Durante questo percorso entrano in gioco molti elementi: le esperienze che ognuno di noi ha fatto con i propri genitori ed il modo in cui le ha interiorizzate; i dettami culturali in cui il processo avviene e che suggeriscono modelli genitoriali diversi; le condizioni socio-economiche-culturali; nonché le caratteristiche personali del bambino, che non è una “tabula rasa” su cui i genitori scrivono, ma un individuo complesso che partecipa attivamente al processo stesso.

Le funzioni della genitorialità.

Insomma, ciò che definiamo genitorialità  è qualcosa di molto vasto e complesso, per mettere un po’ di ordine possiamo  analizzare le sue funzioni o meglio i suoi modi di esprimersi ed in maniera schematica possiamo individuare:

FUNZIONE PROTETTIVA –  non solo la protezione dai pericoli e dagli elementi esterni potenzialmente dannosi, ma anche protezione da stimoli interni (il bambino che ha mal di pancia sarà sicuramente sollevato dalle attenzioni di un genitore). Questa funzione è alla base dell’attaccamento che tanto determinerà i futuri rapporti del bambino.

FUNZIONE AFFETTIVA – parliamo qui della “sintonizzazione affettiva” da parte dei genitori con il loro piccolo, la voglia di vivere emozioni positive insieme a lui e la creazione di uno “spazio affettivo” entro il quale potrà crescere.

FUNZIONE REGOLATIVA – Il bambino ha bisogno di organizzare e regolare i suoi stati emotivi e le sue risposte comportamentali, le cure dei genitori lo aiutano in questo processo evitando di dare risposte che non gli  lasciano il tempo di esprimere adeguatamente i suoi bisogni o , al contrario di non dare risposte o ancora di dare risposte non in sincronia con i bisogni stessi. Per esempio, rispetto al cibo, rispettare il ciclo appetito>manifestazione>soddisfazione e non cercare di prevenire continuamente l’appetito o magari costringerlo a mangiare qualcosa che non vuole.

FUNZIONE NORMATIVA – consiste nella capacità di dare dei limiti, una struttura di riferimento, una cornice e corrisponde a quel bisogno fondamentale del bambino che è i bisogno di avere dei confini, di vivere dentro una struttura di comportamenti coerenti. Questo comporta da parte dei genitori la capacità di dire  “no”, di accettare un po’ di frustrazione da parte di loro figlio, non come qualcosa che lo danneggerà, ma al contrario qualcosa che lo rafforzerà e lo renderà capace di vivere adeguatamente in ambito socia

Genitori imperfetti.

In conclusione possiamo dire che il concetto di Genitorialità sfugge ad una facile definizione, sicuramente cambia con i tempi, le culture, le aree geopolitiche ed economiche. Ma di sicuro c’è un elemento fondante comune: la capacità di garantire ai nuovi nati la possibilità di uno sviluppo sano, durante il quale siano rispettati i bisogni, le aspirazioni, le necessità di ogni individuo. Come già detto, non esistono manuali o regole precise, e bisogna aver ben chiaro che non esiste il genitore perfetto, quello che non sbaglia mai e fa sempre la cosa migliore, esiste invece il genitore che si interroga, che riflette sui propri stati d’animo, che conosce e “riconosce” la propria storia e ne trae insegnamento, che rispetta sempre suo figlio in quanto “essere umano autonomo” e che, soprattutto, lo ama …. senza se e senza ma.

 

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